...Il nostro Carnevale è particolare non perché mette in satira personaggi e fatti del luogo. Questa comicità rappresenta la tradizione comica di ogni Carnevale lì dove la festa ha mantenuto forti agganci con l’antica tradizione. L’unicità del nostro Carnevale è da ricercarsi nell’affermazione fortemente radicata che la Zobia non comporta l’uso di maschere sul volto. È questa la vera unicità moderna del Carnevale fiorenzuolano che, rispetto alla storia del Carnevale stesso rappresenta una grossa anomalia. Conformemente a quanto affermato dai più eminenti etnografi italiani, infatti, di norma il travestimento carnevalesco comporta l’uso di maschere”.

…ll vero “andare in Zobia” non consente l’uso della maschera. Secondo Italo Sordi “i Carnevali che non comportano mascheramenti hanno in comune la caratteristica di rappresentare la conquista della libertà da parte della comunità”. Il non portare la maschera a Carnevale, indica dunque il momento storico della riconquistata libertà. La fine delle dominazioni austriaca e spagnola potrebbero essere indicati come i periodi in cui si affermò nel popolo di Fiorenzuola questa idea di mostrarsi con la propria identità, di giocare quindi sull’essere o no riconosciuti nel travestimento carnevalesco, che è, a tutt’oggi, una delle caratteristiche che garantiscono la tipicità, a ben vedere unica, della Zobia. L’esigenza divenuta ormai prerogativa estetica di poter riconoscere l’attore e la situazione riveste i caratteri di vera autenticità e novità del nostro Carnevale. La tradizione del non portare maschere è stata tramandata negli anni dai nostri padri e trasmessa sino ad oggi. Il gioco dell’identificazione e della riconoscibilità tanto dell’attore che del personaggio rappresentato ruota attorno alla bravura dell’attore. La persona mascherata, che “è in Zobia”, deve poter essere riconosciuta affinché lo spettatore possa ridere di lei e con lei.

La persona mascherata, che “è in Zobia”, deve dunque poter essere riconosciuta. Cadono con questo le normali barriere che si infrappongono tra attore e pubblico. Lo spettatore deve essere messo in grado di riconoscere l’attore carnevalesco quando questi gli si avvicina e gli parla, improvvisando autentiche gags comiche. La caduta di queste barrier è riscontrabile soltanto nelle tante esperienze di teatro in strada. [..] In questa particolare forma comica, il realismo grottesco appunto, le persone e i personaggi colti nella loro più esibita peculiarità, [..] vengono privati della loro normale aura. Prendono vita diversa e autonoma caricandosi di ben più vasti significati; vengono sfacciatamente esibiti per provocare il riso nel pubblico accorso nella piazza e nelle strade. Da questo punto di vista la normalità delle persone, dei fatti e degli oggetti assumono un carattere fantastico e straordinario diventando metafore e allegorie di una vita vissuta, vista e capita ma rivendicata come nuova all’interno dei limiti spazio temporali della festa”.

…Il nostro carnevale gioca alla reinvenzione della parola dialettale tanto nel linguaggio parlato quanto in quello scritto, quello che appare nelle didascalie che accompagnano ogni carro o carretto che partecipa alla sfilata. La parola dialettale compare su questi cartelli anzitutto per indicare cosa rappresenta la maschera e per evidenziare che anche ogni oggetto che ha con sé partecipa e svolge un ruolo fondamentale nelle azioni che l’attore carnevalesco compie. Di questa parola dialettale se ne fa un uso didascalico scritto su dei cartelli, e questa spesso è per lo spettatore la prima molla che fa scattare il riso. Il cartello indica come il personaggio e l’oggetto sono stati reinventati. E' una sorta di biglietto da visita che serve ad introdurre la scena comica che viene improvvisata o il cartello è messo a semplice corredo per cercare comunque e sempre un’ulteriore risata tra il pubblico. Il cartello scritto indica cosa l’oggetto è e cosa rappresenta in quella determinata realtà che viene messa in scena”.

.…Sino al 1946 il Carnevale fiorenzuolano non vedeva la partecipazione della donna alla sfilata, ma le loro mansioni tipiche portavano le donne ad essere, come sempre nel corso dei secoli, figure importantissime per la realizzazione della festa. Ritagliavano e cucivano le stoffe, adattavano abiti femminili alle più grosse taglie maschili, preparavano cartelli, disegnavano e dipingevano e declamavano una particolare filastrocca che riporta al tempo dell’infanzia; ad un’infanzia povera ma felice: …

Trotta trotta cavalotta

ch’andarùm a Ciàraval

Ciàraval le andà luntan

gh’andarùm incô o admàn o admàn pasà

farùm fa la turta gràsa

turta gràsa di Spagnó

canta, canta l’usignó

l’usignó ad la bèla cua

to sò al nèn e va a cà tua

e la sgasa insima al pal

ca l’aspeta Carneval

passa signora piena di polenta

salta fora i büratén

cun la sgasa in sal caplén

al caplén le pién ad fiùr

e custi chi le al prim amùr…

..Tradizione e buon costume della Zobia è chiedere il permesso all’interessato prima di mettere in satira un personaggio locale per rappresentarlo giù in strada…

 

…Il 1946 fu l’anno in cui trionfò la gioia collettiva per la riconquistata libertà. I partecipanti al corteo si ritrovavano nei bar assegnandosi nomi differenti. D’obbligo era il mostrarsi col volto scoperto però truccato vistosamente. Ognuno doveva però apparire mostrando la propria identità. “La compagnia del fiore” partecipò alla sfilata carnevalesca col carro chiamato “II re dell’allegria”, una grande combriccola in cui si suonava e si cantava. Da alcune testimonianze raccolte il carro, ma sarebbe meglio dire un piccolo carretto, entrava a far parte per la prima volta nella nostra tradizione. [..] Nel 1948 “La Compagnia del fiore” si cimentò nella farsa chiamata “II Re dei somari”, carro in cui si suonava e si cantava con al seguito un carro su cui era messo un asino in legno e cartapesta, a seguire c’era un vero asino. [..] Ogni Carnevale era l’occasione giusta per prendere una clamorosa giga: così al coro del raglio faceva eco il gorgoglio del vino che scendeva dalle botti, tanto che anche il povero animale venne reso partecipe della grande bevuta”.

Liberamente tratto da "Andiamo in Zobia. Tradizione ed estetica del Carnevale Fiorenzuolano". Rino Bertoni, 2001